Vago per una casa… di lá da una finestra c’è un poggio verde che mi pare di riconoscere, con una luce familiare anche quella, ed è il tramonto. Esco.
Sono fuori, cammino per dei sentieri selciati e osservo come tutti quei sassi dei muri a secco sono stati messi uno sull’altro. Il violo si snoda in discesa nel crepuscolo, e pare sia stato ricavato da costruzioni più antiche che qua e là riaffiorano — una specie di piccolo bastione, sí sí, sembra la strada vecchia del castello, ma intatta senza traccia di motori e ruspe, solo lavoro manuale, erba falciata a mano sui poggi… è sera. M. ha acceso la stufa giù di sotto dai nonni, una tipo quella che abbiamo qui in casa. Ma questa è appena fuori delle scale di dietro della casa dove sono cresciuto a Massa. Anche la casa è come era, niente ammodernamenti, niente rialzamenti e ripavimentazioni con piastelle di mescole industriali. Ci sono le marmettole, raccattate alla segheria e portate qui in carriola,  il muro rosato a pidocchino, la scala doppia a sei gradini che dal pianerottolo potevi scendere sia a destra che a sinistra. La ringhiera di tubo e le piastre di marmo che usavamo come scivolo. Lo sportellino di vetro della stufa manda barlumi di fiamme. M. si affaccia sorridente sull’apertura della porta doppia e parla. In casa S. e E. scavallonano avanti e indietro sul pavimento di marmo veronese e li riprendo — fate piano, di sotto ci sono i nonni che dormono! M’arriva a tiro S. che si busca uno schiaffo — ma mica forte, appena un pataffo col palmo della mano (come sono duri questi figlioli) — e lui rimane attonito a fissarmi. M. si affaccia all’apertura della porta, e mi batte in testa con un paio di pinne da sommozzatore. Io coccolo S., che tra le mie braccia diventa il bimbo di una volta.

La notte artica è luminosa l’estate. I nonni, l’ultimo di questi è morto saranno 26 anni. Un altro mondo –da cui a dire il vero non sono mai partito. C’è il campo, l’orto, il giardino fiorito, e mia madre vecchietta che continua a tirare avanti. La notte artica non conosce questa luce, è giorno; non sa neanche che io sarei stato capace di tenere quel campo e quel giardino — che anche gli ultimi spezzoni di questa esperienza finiranno a breve. E che ne sarà dei miei libri, dell’orto e dei polli di mia madre, del campo del babbo — forse toccherà a mia sorella. Cosa diventeranno le estati senza di loro, e quel mondo che perpetuano. Sono stato a lungo in apnea, immerso, silenzio. Nuoto sott’acqua verso la riva — quando esco mi sveglio. Your golden opportunity is coming soon. Meglio scrollarselo di dosso questo sonno infame. (7 luglio 2010, ore 04,15)