against psychiatry
Psichiatria, potere e paranoia di sistema raccontate a bruciapelo.

È passata appena mezz’ora. Meglio alzarsi. Meglio che anche il sonno non mi faccia ricordare. Allora è meglio vegliare. Mi rivesto. Sto sú. Tanto è giorno, è bello. Il merlo fraseggia ornamenti tra i rami — tra le cose più sensate che mi capiti di sentire raccontare in questo spettacolo chiamato mondo.

In piedi. Vorrei regalargliene una di queste notti, a quegli stronzi. La mente umana non è un complesso di categorie. Qui il grande può benissimo darsi che sia piccolo. Qui Passato e Presente sono equivalenti – entrambi sono Futuro.

— mercoledì scorso mi hanno dimesso dall’ospedale psichiatrico di hjelset. ora sono tornato, vado alla deriva camminando per la campagna, lavoricchio, leggiucchio, accordo la batteria che mi sono rifatto pezzo per pezzo. ho il piccolo progetto di riprendermi la dignità. sono debole e piuttosto assatanato per quello che è successo, contro un sistema assurdo che ora conosco e capisco – quello della psichiatria. per diverse ragioni tra cui principalmente la situazione schifosa che avevo al lavoro al kunstnersenter di molde (angherie, incompetenza, mancanza di vedute, ignoranza, meschinità, follia ma anche una malvagità tanto inconcepibile quanto banale) alla fine mi esaurisco. avevo cominciato a fare fagotto per farla finita. vendo la mia batteria, comincio a mettere a posto… il quoziente di preservazione si abbassa drammaticamente per dirla con émile durkheim. quando me ne accorgo vado dal dottore e alla fine mi dà un appuntamento da uno psichiatra a kristiansund. ci vado (ha una faccia piena di croste, parla una lingua strana piú svedese che norvegese, con un accento slavo), gli racconto un paio di cose, chiama un infermiere pelatino che entra — le racconto anche a lui, poi mi mettono in una macchina e mi portano a hjelset senza preamboli. questo devo farlo di libera volontà. sennò… lo faccio lo stesso dicono. va bene dico io, sto male, finalmente è la volta buona che mi curo. sono stato depresso già da due anni. sono sfinito dagli incubi, dal mal di schiena, torcicollo, non riesco a sollevare pesi perché mi dolgono le braccia. però avrei da mandare in porto un progettino di arredo urbano a rauma… ma non se ne fa niente. dovrei andare a casa a prendermi qualche ricambio, lo spazzolino da denti, un libro. niente. a malapena riesco a farli fermare così imbuco il certificato di malattia. mi portano per direttissima a un reparto chiuso. va bene, sto male, lasciamo perdere. non informano mia moglie come dovrebbero, visto che si tratta di un ricovero coatto. poi mi accorgerò in seguito che sarà difficile per mia moglie riuscire ad avere informazioni su di me durante più o meno tutto il periodo di ricovero. qui inizia l’iter di cinque mesi che è terminato questa settimana (forse terminato, ma mi sono accorto che passare dalla psichiatria così come ho fatto, è come essere stati in galera, sei marchiato a vita). mi appioppano una diagnosi di bipolarismo e incominciano a somministrarmi medicine. lí sto due settimane e mezzo, poi mi mandano a un reparto psichiatrico aperto a kristiansund. ho una stanzetta per me. cerco piano piano di ritrovare un senso per vivere, perché il suicidio di qualcuno ha ripercussioni gravi e durevoli su quelli che gli stanno intorno. intensificano la terapia medicinale gradualmente. ma non gli interessa capire come uno può arrivare a tanto da non volere più vivere. la psichiatria è un incubo di dogmatismo alienato e autoreferenziale. cura sempre solo ciò che le diagnosi e le cure producono. niente. l’individuo che hanno davanti, e la comprensione della sua storia, è irrilevante.
intanto, mi riesce sempre più difficile stare bene a casa le volte che sono in visita. ho quasi continuamente la nausea e sono stordito, ma faccio del mio meglio per star bene in una situazione strana. dopo tre mesi le cure non mi hanno fatto niente, anzi ho degli attacchi depressivi piuttosto profondi. allora gli viene in mente che io possa avere l’adhd e cominciano a darmi il ritalin che è simile all’amfetamina. il primo giorno sono euforico per un paio d’ore poi nel giro di tre settimane vado dentro una psicosi che comincia con un ricordo vivido del giardino dove sono cresciuto in italia a massa, e comincio a pensare che ormai è fatta, penso che da qui a un mese sparisco per sempre dalla circolazione per cause naturalissime. quando glielo dico tolgono il ritalin. lunedì 15 febbraio sto bene dopo un fine settimana da urli per un attacco depressivo dove quasi non riesco a muovermi (il venerdi mi negano il permesso di andare a casa) mi chiamano a un colloquio lo psichiatra e lo psicologo e mi dicono che secondo le statistiche io sono suicidale e che quindi hanno deciso di rimandarmi al reparto chiuso di prima. se mi decido velocemente c’è la possibilità di farmi fare l’elettroshock a molde perché adesso c’é posto. anche questo devo farlo spontaneamente, ma diversamente me lo fanno fare lo stesso. le medicine non hanno funzionato, quindi non ho né l’adhd né sono bipolare. se lo fossi stato le medicine avrebbero fatto effetto almeno da tre mesi prima, dicono. che il 30-40% dei pazienti non reagisce positivamente alle medicine. e questo me lo sento dire dopo essere stato assicurato per mesi che questa chimica è una cura miracolosa, infallibile.
SCIOGLIERSI-get-the-fuck-out
la prospettiva di tornare nella galera dove ero già stato mi alletta poco. mi sento denigrato. e tradito da questi due deficienti incapaci che vogliono far pagare a me il loro fiasco. di solito sia i colloqui che i test che ho fatto sono stati tutt’altro che edificanti. in tutti i modi mi sono sentito come un oggetto di ricerca, una cavia. in tutti i colloqui mi sono sentito ignorato, invisibile, sottoposto a domande tendenziose al pari di un interrogatorio in questura. gli dico: facciamo una cosa, voi mi dimettete e ci dimentichiamo di tutto l’affare. al che sgranano gli occhi come tacchini. e continuano a subissarmi con i loro vaneggiamenti, a ignorarmi. e la mia pazienza comincia a venire meno, mentre la temperatura comincia ad alzarsi. mi stufo esco dalla stanza e vado a prendermi una boccata d’aria fuori. quando rientro dieci minuti più tardi vedo che c’è qualcosa che non va. due chiappone di infermiere mi vengono incontro e mi accompagnano a un altro colloquio. in cui mi continuano a fare i discorsi di prima, ma ora con un altro tono. Le medicine non hanno funzionato e vanno scalate (“seponert”, parola orrenda), quindi secondo le statistiche sono suicidale, pericoloso — e l’unica via d’uscita è il reparto chiuso d’urgenza, con tanto di ECT. mi leggono il paragrafo che mi hanno appioppato (§3.2) e dicono che se accetto va bene, se no ci pensa la polizia. a me la scelta. io rispondo che allora si va alla cattive. ma comunque vado a farmi lo zainetto. quando provo a entrare nella mia stanza la porta è chiusa. ordino allo psicologo di aprirla. siccome mi stà addosso gli dico di non assillarmi che tutto va bene, e che mi stia alla larga perché se no lo meno. poi secondo questo coglione avrei dovuto starmene tranquillo in corridoio a aspettare il trasporto d’urgenza. al che prendo e vado fuori. ho bisogno di aria e voglio fumare. le stesse due culone di prima mi seguono a passo (come se mi facessi intimorire da due così). alla fine arriva la macchina guidata dal vaktmester (il custode) che conosco, e arriva anche un altro infermiere di corsa ancora fresco dal bagno che non capisce bene cosa succede e perché. perché sono sempre stato gentile, scherzoso, servizievole con tutti, malgrado il ricovero ospedaliero e l’umiliazione a cui sono sottoposti i pazienti psichiatrici. non mettono la sicura, me ne sto tranquillo in macchina infossato nel sedile posteriore con un peso enorme addosso, una delusione enorme, un oltraggio subito senza avere la possibilità di reagire o di dire la mia. all’improvviso ti trovi di fronte a un intero sistema che esegue un ordine dato da due incompetenti, e nessuno si assicura che le cose vadano nel verso giusto. avrei potuto scappare senza problemi, ma sono troppo demolito. quando arriviamo a hjelset mi perquisiscono il bagaglio come di prassi, mi tolgono la cintura, ma non vedono gli scarponi militari che mi sono messo per ogni evenienza. questi hanno delle stringe lunghe due metri. in tasca ho un coltellino che non trovano. mi leggono il mio bel paragrafo. mi decido a opporre resistenza rifiutandomi di mangiare, di parlare norvegese, e prendere le medicine (una cosa che prendono sul serio in un ospedale psichiatrico). ma come viene la sera non riesco più a stare tranquillo. provo a leggere ma vedo le parole sdoppiate, il cuore comincia a battere a tempo rock. vado al posto di guardia degli infermieri e chiedo di riavere indietro la mia cintura. niente, se voglio mi possono dare uno spago… magnifico, come non detto.
torno nella mia stanza e mi vesto con i miei scarponi tattici, mi metto addosso lo zainetto e esco marciando dalla stanza. dò l’addio gentilmente a due infermiere sfavate sprofondate nelle poltrone, e mi dirigo verso la porta chiusa del reparto.

ho una possibilità sola di farcela, poi mi saranno addosso.
il pensiero di una banda di infermieri che si affanna per “riportarmi alla calma” in un letto di contenzione… mi concentro un secondo e con un calcio sfondo la porta e salto giù per le scale traballando. è notte, corro verso la costa, sulla neve alta e sui sassi tondi. comincio a stare tranquillo. ho tolto la batteria dal cellulare così non possono rintracciarmi. sono fuori sotto le stelle e l’aurora boreale. mi fermo a guardare il cielo sullo specchio del fiordo, mentre tengo d’occhio la strada.


mi dirigo verso casa mia, e penso che adesso ho cominciato a camminare e non mi fermo finché non sono in italia, a casa. il problema è che devo far sapere a mia moglie e al mio figlio minore che me la sono data a gambe. uso il cellulare. la polizia prende contatto con mia moglie, e mi rintracciano. c’è un posto di blocco più avanti. vedo le luci. una macchina rallenta passandomi di fianco. io sono sfinito; arranco su una scarpata a quattro zampe, e mi nascondo sotto un pino dietro un mucchio di neve perché ho visto che la polizia ormai mi è addosso. sto immobile. mi passano vicino senza vedermi. passano e ripassano ma alla fine mi acciuffano. non faccio resistenza. osservo una poliziotta di una certa età con una pettinatura da pokemon, che non vede l’ora di mettermi le grinfie addosso. i miei pensieri sono da un’altra parte. mi riportano indietro, ma questa volta mi mettono in isolato. il giorno dopo lo passo a vomitare. la sera mi viene una astinenza da medicine terribile, e anche se chiedo aiuto ai due infermieri di turno questi fanno finta di niente. invece mi mandano una altra paziente a vedere come sto, una ragazza bosniaca. alla fine telefono all’ospedale di kristiansund dov’ero prima, e chiedo cosa devo fare per ricevere assistenza medica. dico che qui mi sa che non ci esco vivo. dopo un po’ entra di corsa una infermiera dal reparto di urgenza e mi danno le medicine. allora riesco a mangiare, poi mi devo coricare sfinito.
qui a hjelset ci sono uno psicologo e uno psichiatra che a differenza dei due di prima se non sono più svegli almeno sono più furbi. il giorno dopo cambiano il paragrafo, due giorni dopo lo tolgono. intanto comincia una serie di colloqui dove dalle domande capisco che sotto c’è del marcio. in altre parole sono sospettato di maltrattare sia moglie che figli. qui non solo vengo umiliato, ma anche disonorato. se ho voglia di torcere il collo a qualche psichiatra o psicologo si allarmano e intensificano gli interrogatori. lo stesso quando dico che mi hanno fatto diventare un tossico e che ora mi devono disintossicare. e vogliono sapere di me e della mia famiglia. è umiliante esporsi e vedere che in fondo sono solo interessati alle proprie statistiche e a confermare la propria concezione paranoica della realtà . il fatto che sono un artista è un sintomo di malattia, e ogni nuovo stronzo che arriva mi pone domande sull’argomento. se dico che mi sono rotto i coglioni già da dieci anni passati di fare quadretti di merda e che ho fatto cose molto più grandi e interessanti, mi guardano con uno sguardo ebete.
anch’io ho qualcosa da raccontargli. quello che penso io della psichiatria e dei loro metodi, della risposta alienante che danno a problemi suscitati da un mondo disgregato. gli chiedo se la chimica medica il razzismo, le angherie, la solitudine. dico che riducono la vita di un paziente a due dimensioni, senza storia, senza individualità né sogni. per non farti suicidare ti tolgono la vita e te la rimpiazzano con chimica e idiozia. ovviamente non ci sarà un’altra volta. la prossima se dovessi incappare in dei problemi simili me la batto in tempo, prendo l’aereo e vado in giappone… e anche qui sguardi ebeti. e i colloqui vanno avanti. a me mi ci vorrebbe un’altra vita, non detenzione e stordimento chimico. ma una terapia per quello che mi serve non ce l’hanno. qui non mi possono aiutare dicono.
anch’io osservo loro. stanno davanti a te discutendo della tua persona come di un oggetto, o come se tu fossi invisibile — come se non si accorgessero che loro che osservano sono a loro volta oggetti della mia osservazione: persone che rivestono una carica ma senza cultura; ne vedo i difetti fisici e lo sguardo vuoto… dalle domande che mi pongono indovino la qualità convenzionale dei loro pensieri. eppure sono loro a ridicolizzare me e quello che mi ha portato qui.

dall’isolato mi rimandano al reparto chiuso. mi danno il permesso di andare a casa il fine settimana. due giorni prima ero un elemento socialmente pericoloso. poi parlando con un avvocato (che al momento opportuno anche lui se la svigna) vengo a sapere che ora sono ricoverato volontariamente e che posso uscire da solo, senza essere “accompagnato dai genitori”. allora lo faccio presente agli infermieri e ne parlo con lo psicologo durante uno dei colloqui, e solo allora mi lasciano uscire da solo. un gioro mi accorgo che la quantità di medicine che mi somministrano è superiore a quella stabilita dallo psichiatra. lo faccio presente al mio angelo custode di turno che controlla — eh sí è proprio come dico io, non se ne erano accorti… la sera dopo vengono a imboccarmele le medicine. per rifarmi dell’insolenza dei due infermieri di turno (di cui una tremenda gran fica da rizzacazzi) faccio sparire i cavi delle televisioni — ottimi per appendersi — e li nascondo. gli faccio passare una notte da incubi senza intrattenimento mediale a questi stronzi, penso… poi durante la notte sogno che due o tre infermieri accendono la luce sopra il mio letto e che mi chiedono di quei cavi. glielo dico — bastardi. il giorno dopo ero quasi euforico dal divertimento. e gli prometto che da ora in poi opporrerò duro al duro. senza nessun rimorso.
il mio ex psichiatra lo incontro una sera da solo in corridoio — sembra un cammello , mentre cammina col caffeino in mano. fa finta di non avermi visto, o non mi ci faceva lì? abbozza un sorriso imbarazzato. in giro non c’è nessuno. cosa faccio ora? alzo il braccio e gli faccio un energico saluto romano mentre lo seguo con lo sguardo e la mano finché non sguscia tra la porta e il battente con la merda al culo. un uomo solo non è la stessa cosa di un funzionario del sistema.

mi dimettono. se ne lavano le mani, tenendosi però la mia fantasia che hanno gettato nella spazzatura. a quanto mi sembra di capire gli è convenuto buttarmi fuori. il cane nero è fuori. il male di vivere però non se ne è andato; gli incubi neppure; la depressione la tengo a bada coltivando l’odio; la disperazione e l’impotenza sono sempre lì dove prima. ho in più una ulteriore umiliazione profonda, e la svalutazione totale della mia persona in futuro mi assicurerà di certo altre di simili esperienze. perché a stare male si starà peggio.

inghiottito da un sistema chiuso e scarsamente controllato, molto simile a quello penitenziario. un sistema sgangherato tanto coercitivo quanto banale e impotente. ho conosciuto gente. tanti destini tristi, tutti appartenenti alla periferia sociale che non fa testo. siamo stati anche bene insieme. storie del mondo vero, con protagonisti veri, destini veri. gente eppure piena di risorse. molti di loro fanno dentro e fuori. sono cauti e stanno attenti a quello che dicono, sperando di uscirne il prima possibile. a me sembra di esserci entrato dalla bocca come un nocciolo, e esserne stato espulso dal di dietro dopo un iter intestinale di cinque mesi. e questo paese dove la pratica della detenzione anche per reati minimi è estesa… questo paese di merda è quello che esporta i migliori e più raffinati sistemi di controllo sociale del nostro tempo.

la psichiatria non cura, e quei mali le cui cause spesso interpellano la responsabilità collettiva, stanno al di fuori del raggio di interesse di questa pseudoscienza. è il grado di nocività sociale dell’individuo ad essere al centro del discorso. con mia sorpresa gli esperti scambiavano la depressione per tristezza, la voglia di vivere per mania, l’intelligenza per follia. c’è sempre un anello che non tiene: uno psichiatra un po’ più sveglio degli altri, uno psicologo più furbo che alla fine se ne rende conto, un infermiere empatico che ti vuole bene.
se una pazza aggredisce il papa, e un matto sfonda le gengive al presidente del consiglio, è solo il segno di qualcosa. e non a caso i folli sono sempre stati cari al Signore, dice Erasmo.

8 marzo 2010

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